mercoledì 1 marzo 2017

Ma se parlasimo di diritto di vita??? Perchè la vita è più interessante della morte!

Il caso di dj Fabo ha acceso nuovamente l'attenzione dell'opinione pubblica sul tema dell'eutanasia e del suicidio assistito.
Questo caso ha colpito molto anche me e mi ha molto interrogata su quali siano le cure adeguate per i nostri malati. E' un tema estremamente complesso e io non ho le idee chiare. Ecco quindi un insieme di pensieri che sisono accavallati in questi giorni e a cui sto cercando di dare ordine.
Quello che ho chiaro è che la vita è vita e in quanto tale va vissuta. Non esiste, a mio avviso, un concetto di qualità di vita. Che poi, cosa si intende per qualità di vita? La vita è tale, la vita è data; è qualcosa che c'è!Qualunque essa sia c'è!. Per questo motivo io la vita la voglio difendere.
La cosa che mi scandalizza di questo dibattito, ogni volta che esce, è come verta esclusiavmente sulla questione della morte. Quindi non la vita come diritto ma la morte come diritto e pretesa. Io trovo molto più interessante su un caso del genere discutere della vita: come lo stato, come ciascuno di noi, possa mettere tutti in condizioni di vivere, come si possano aiutare queste famiglie a vivere. Ed è su questo che siamo estremamente carenti, sulle strutture, che siano esse ricoveri o organizzazioni domiciliari e territoriali, che sostengano queste famiglie, questi malati, nel vivere quotidianamente quella che è una situazione non facile, anzi, estremamente difficile in alcune occasioni. Il problema è che quando si è soli e non supportati finisce che questa fatica diventa il metro di misura per quello che può essere considerata qualità o meno, mentre non è accettabile che la fatica sia la misura per la vita di qualcuno.
Sicuramente mi piacerebbe vedere un dibattito in questo senso: di fronte ad uno che sceglie di morire la domanda è: perchè non ha scelto di vivere? Quali sono le condizioni che lo hanno portato a scegliere di morire?
E' difficile pensare cosa vorrei per me. So che vorrei essere amata anche in quelle condizioni e vorrei potere amare una persona cara che versa in quelle condizioni. Non so se ne sarei capace, per carità, però il desiderio è quello: guardare la persona per quello che è, per il fatto che c'è, e non per quello che è in grado di fare o meno.
Se penso al fatto che la vita è data e non è in mano nostra, questo è vero in entrambi i sensi: noi non ne disponiamo nè nel senso della morte, nè nel senso di accanimento verso la vita. Visto anche il mio lavoro mi chiedo: quando le nostre cure devono essere sospese? Quando le nostre cure diventano accanimento? Come si definisce il nostro limite? Ad oggi la medicina è in grado di sostenere le funzioni vitali per molto tempo e in numerose occasioni, però ci deve essere un limite anche in questo, altrimenti finiamo per disporre delle vita anche nella ricerca della vita a tutti i costi. Il tema si fa ancora più delicato se dal paziente acuto passiamo al cronico, dove si è raggiunto un equilibrio sebbene, magari, con l'ausilio di macchine e sebbene questo equilibrio preveda un corpo irrimediabilmente malato, che non lascia intravedere una via di guarigione
Ecco, a me si aprono questi interrogativi di fronte a questa vicenda: da una parte come mai siamo più attratti dall'idea di avere una legge, di aprire un dibattito sulla morte e non su quelle che sono le possibilità di vita; e dall'altra quali sono i limiti che come medici, come medicina, come società, non possiamo superare.
Probabilmente c'è davvero bisogno di una regolamentazione in questo senso, perchè la medicina ci porta sempre più verso situazioni di questo genere e le decisioni non possono essere lasciate in mano al primo parente o giudice che decida. Una legge molto restrittiva, magari, ma qualcosa che sbrogli quello che sembr aun po' un far west dove si salva chi ottiene più plauso dal pubblico, indipendentemente da quello che dice.

Tutte queste riflessioni sono ben lontane però dal tema del "testamento biologico", che è in discussione in questi giorni alla camera (mi pare), che è un discorso ancora diverso, molto più complesso, perchè prevede che tu prima faccia una scelta per quello che potrebbe essere il dopo. Ecco, su questo ho le idee chiare: non sono d'accordo. Non ci credo che sia supponibile prima quale sia il limite che vogliamo dare alla nostra vita dopo. Non vorrei mai trovarmi nella posizione di un paziente che magari prima ha scritto una cosa e che poi, in quel momento, anche se cambia idea, non è in grado di esprimerla e quindi va incontro alla morte. Al testamento biologico dico davvero e inequivocabilemnte NO. Sono concinta che sia un errore!

Trovare una regolamentazione, come detto più sopra, è complesso ed estremamente articolato. E' legato al caso per caso ed è difficile da definire prima, se non impossibile. Certo non si può sviscerare con una legge tutte le singole ipotesi e problematiche cui ti puoi trovare davanti. D'altronde i medici lo sanno bene che spesso si fa fronte alla situazione caso per caso, la stessa cura adeguata per una persona non lo è per un'altra. La medicina è sempre più ad personam e così deve essere. Capisco anche la complessità di definire un limite. Quello di cui sono certa è che il limite, lo staccare, non può e non deve essere legata all'idea di qualità di vita. Perchè la qualità di vita chi la definisce? In Base a cosa? Quindi un suicida perchè ha perso tutti i soldi, non devo soccorrerlo perchè il suo volere è suicidarsi e perchè per lui la vita in povertà economica non ha qualità? o di fronte ad un caso del genere la società decide che non è un motivo valido? E' quindi sempre la società che deve decidere cosa sia qualità o meno? L'impressione è che quando uno non è più utile e il suo stare al mondo è un esistere e non un fare allora si parla di mancanza di qualità. Che ne facciamo dei nostri anziani, allora?

Quello su cui mi viene decisamente da orientarmi non è il diritto di morire, nè tantomeno sul concetto di qualità di vita, bensì su quale sia il limite oltre il quale non si può e non ci si deve spingere.

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